In Bianco

di Marco Bigliazzi

OUVERTURE

Il tubo del gas è più leggero di quel che si sarebbe aspettato quando l’aveva adocchiato sul terrazzino, un pezzo avanzato rimasto lì a impolverarsi per anni dopo che l’impianto termoautonomo era stato installato. Si stava guardando intorno preso dall’urgenza e, quando l’ha visto lì in un angolo, ci si è avventato sopra nello stesso modo in cui, se questa fosse una storia di uccelli, un volatile avrebbe fatto con il proverbiale verme.

Subito prima, come sempre nei momenti di tensione emotiva, l’attenzione gli si era appuntata su particolari insignificanti: una macchia d’umidità a forma di cuore vicino alla soglia della cameretta vuota e la chiave d’ottone infilata nell’anta aperta dell’armadio a muro, notando che era opaca e avrebbe avuto bisogno di una lucidatina.

Intanto però eccolo, l’ha trovato quel che gli serve adesso, il suo verme: ha fatto tre passi, l’ha afferrato e gli è parso leggero, più di quel che avrebbe immaginato, ma andrà bene, ne è sicuro. Sa che andrà bene perché sa che un tubo di piombo contro un cranio nudo non può che dare un certo risultato, e allora la sua mano si alza, l’avambraccio segue il braccio e la spalla che arretrano, descrivono un arco che si propaga a catena fino a quello speciale verme contundente che, dopo essere salito, cala verso il basso mentre lui si avvicina alla figura di spalle che si sta allontanando senza aver fatto i conti con la realtà e la realtà, adesso, è questo tubo di piombo, signori e signore, eccolo.

È tutto rapidissimo, non è vero che in questi momenti le azioni vanno a rallentatore come si vede in certi film, anzi, sembra che non sia passato neanche un lampo tra quando quello era lì in piedi davanti a lui e adesso che è steso bocconi sul pavimento, senza che si sia sparsa la minima gocciolina di sangue ma non respira più: per forza, con quel colpo, e poi il rumore è stato inequivocabile. Un bel respiro profondo, il tubo va pulito e deve tornare sul terrazzino, e poi bisogna occuparsi di un altro po’ di cosette, adesso.

1974

Una cosa è fare l’insegnante, un’altra l’artista. Quante volte l’ha sentita questa frase? Quante volte l’ha ripetuta lui stesso? Non lo convince neanche tanto, eppure non solo l’ha ripetuta, l’ha anche dovuta difendere.

Nelle discussioni del collettivo, per esempio. Il punto era questo: non ci dovrebbe essere una grande differenza tra l’insegnante e l’artista in un mondo meno conformista, burocratico e bempensante del nostro. Invece, per come stavano le cose, da una parte c’era il lavoro e dall’altra l’arte. Due vasi non comunicanti, due compartimenti stagni nel sottomarino che attraversa l’oceano del quieto vivere. L’arte che fa da carta da parati per un’esistenza grigia, orchestrata nell’oliato ingranaggio della produzione. L’arte: uno sfondo gradevole o un soprammobile di pregio, tutt’al più, che tramite il mercato raggiungono le case dei ricchi o le pagine di certe riviste. Eh no, non andava bene. La socializzazione del fatto artistico non può prescindere dal superamento delle barriere consolidate nel nome della tranquillità piccolo-borghese.

A questo punto però gli veniva la nausea. Poteva anche essere d’accordo, almeno in parte, eppure gli veniva la nausea. Forse perché era il più anziano del gruppo e gli sembrava che gli altri gonfiassero le parole così, senza neanche capirle, ma si sentiva in dovere di riportare il discorso sulla terra. C’è poco da fare: l’insegnante e l’artista sono due figure diverse, anche se riunite nella stessa persona. Punto e basta, ragazzi, passiamo ad altro, si può essere anarchici anche così.

Franco Carrara, trentotto anni, insegnante di disegno al Liceo Sperimentale «Francesco Cecioni» di Livorno, comincia a essere stufo di tutte queste elucubrazioni e delle riunioni che ci s’imbastiscono sopra. Stufo e combattuto allo stesso tempo, perché sa che non può non confrontarsi con gli altri. La sua etica non glielo permetterebbe.

È questo che rimugina mentre pedala sulla sua Bianchi di seconda mano verso il massiccio edificio del liceo su via Galilei, questa mattina di maggio del 1974. La radiosveglia l’ha buttato giù dal letto con la voce di Lucio Battisti, cosa che normalmente l’avrebbe messo di cattivo umore, ma ha stranamente dormito bene e così questo non accade. Stranamente perché fino a notte inoltrata – le due – ha avuto in testa l’happening in programma per la mattina dopo. Questa mattina.

La riunione-fiume del collettivo l’ha spossato. C’erano tutti tranne sua sorella, Gemma, che si è trasferita a Roma già da qualche mese, mettendoli in guardia dal restare lì a fare gli artisti rivoluzionari di provincia.

La riunione, a casa di Franco, è stata sfibrante ma alla fine è stato stabilito tutto: i tempi, i modi, l’organizzazione, il tipo di volantini da lasciare, i testi sui manifesti eccetera, ma c’era stata qualche discussione animata, soprattutto con Antonio – il più giovane, il ragazzino, che se ne veniva sempre fuori con quelle frasi fatte da Bignami del Rivoluzionario, come gli ripeteva Franco per rimetterlo al suo posto – e poi con Craig, l’irlandese toscano d’adozione, che sapeva sempre un po’ troppo di alcool e di cannabis.

Ma, ora, il professor Franco Carrara è sereno: l’ansia è evaporata nel sonno, si sente in forze, determinato ma anche rilassato. Rosa, la sua compagna, era già uscita per portare a scuola Martina e il piccolo Davide all’asilo e gli aveva lasciato un biglietto insieme alla moka pronta sul fornello: Coraggio!

Quando oltrepassa il cancello del liceo il cortile è vuoto. I ragazzi sono tutti già in classe, visto che lui entra alla seconda ora. Vicino a una 127 cerulea ci sono solo le due colleghe con cui ha stabilito il piano d’azione. Gli altri, quelli del collettivo, li incontreranno in Piazza della Repubblica tra meno di mezz’ora, già attrezzati con tutto l’occorrente – anonimo furgone bianco compreso.

Un sorriso gli si disegna sulle labbra mentre ricaccia i lunghi capelli biondo cenere dietro le spalle e getta la cicca, la prima della giornata, quella dopo il caffè. Solleva una mano in segno di saluto in direzione delle colleghe:

– Buongiorno, signore compagne, che ne dite? Andiamo?

2014

UNA CAMERA A PARIGI

Saverio si sveglia di colpo in un bagno di sudore. Non riesce neanche a capire dove si trova. Lo ha svegliato il bianco. Doveva essere un sogno ma se lo era non ne ricorda nulla all’infuori di quel colore. Qualcosa di grumoso, come vernice seccata su una peluria, qualcosa di candido ma in un modo sbagliato: non d’immacolato, come la neve appena caduta o i cristalli in una zuccheriera, qualcosa di greve, perfino rivoltante, come una gelatina corrosiva.

La stanza è buia, solo un vago chiarore arriva da una finestra alla sua destra. È disteso su un letto, seminudo, e c’è qualcuno accanto a lui. Voci concitate arrivano dalla stanza accanto, musica, risate. A quel punto ricorda: è a Parigi, da suo fratello. È stato un attimo, una frazione di secondo forse, ma è stato tremendo. La persona accanto a lui si rannicchia, si rigira appena, sospira. È una donna e dorme: Judith, ecco il suo nome.

Dalla strada arriva l’eco di scoppi. Per forza: è capodanno. Deve essersi assopito per pochi minuti, ma cadendo in un sonno profondo dal quale è stato tirato fuori di peso da quel biancore.

L’orologio sul suo cellulare, dal comodino, gli dice che sono le due di notte passate. Si alza dal letto, in silenzio, anche per sfuggire alla cappa d’angoscia in cui quel bianco l’ha trascinato. In bocca ha il sapore del Bordeaux e del Calvados bevuti a cena, ma come se si fossero inaciditi. Gli torna in mente di quando aiutò suo padre a svestire e rivestire il cadavere dello zio Giovanni, che era morto all’improvviso di ictus mentre era a casa loro. Saverio aveva tredici anni allora e gli sembra strano che gli sia tornata in mente solo adesso, quell’esperienza, e non quando si è trovato di fronte l’altro cadavere. Però lo zio era sì cereo, nel pallore della morte, ma non così bianco. Mentre i pensieri gli si schiariscono e comincia a percepire l’effetto tonificante di quel che è appena accaduto tra lui e Judith, avvicinandosi alla portafinestra che dà sul terrazzino gli ribolle in testa la conversazione avuta col fratello poco prima di cena. L’argomento era stato quel che era successo negli ultimi due mesi, naturalmente, ed era stato un modo per riordinare le idee, quasi che parlasse con sé stesso, mentre passeggiavano nel freddo lungo il Canal Saint Martin, vicino a casa di Severino. In realtà l’altro aveva fatto un paio di osservazioni non banali, non era stato solo uno specchio amorfo delle sue parole.

Appoggia le mani sulla manigliona della portafinestra e guarda fuori, il cielo scuro inondato dal bagliore della metropoli. Tutto era cominciato in maniera subdola. Quando? Forse pochi giorni prima del trasloco del suo studio al quinto piano. Tanti piccoli fatti si erano cumulati in quel condominio di via Grande, a Livorno, episodi staccati tra loro, a un certo punto si erano coagulati e lui c’era stato tirato dentro, in quella storia, che adesso, per quanto faccia, non riesce a scrollarsi di dosso.

Parecchie immagini gli attraversano il cervello: litografie dalla grafica caustica e dal soggetto feroce, un’anziana signora che gli mette in mano una chiave dicendogli di fidarsi di lui, i graffiti sull’alluminio consumato di un ascensore. E, su tutti, la figura magra del suo antico professore di disegno.

2013

UN ATTICO

Eccolo là. Eccolo col suo passo dinoccolato, un po’ affaticato, infila le chiavi nel portone ed entra. Saverio lo osserva dall’altro lato di Via Grande: Franco Carrara, il professore di disegno dei tempi del liceo, una delle poche persone che gli hanno insegnato davvero qualcosa.

Sarebbe troppo dire che la strada dell’architettura l’abbia intrapresa grazie a lui, quella era stata una passione da quando era ragazzino e andava in giro per i cantieri, entrava nei palazzi sfitti, esplorava i dinosauri edilizi delle colonie marine abbandonate del Calambrone, passava in rassegna Livorno o qualsiasi altro posto dove gli capitasse di trovarsi. Esaminava le strutture, i pieni e i vuoti, le superfici, i dettagli, i materiali, tutto quello che fa di un edificio un edificio.

Franco Carrara aveva contribuito ad alimentare questa passione, questo sì, e aveva dato l’abbrivio alla sua formazione che si sarebbe completata alla Facoltà di Architettura dell’Università di Firenze. Saverio Zefiro è architetto da più di vent’anni e ora, a quarantasei, sta per lasciare il suo studio e, con tutta probabilità, anche la sua professione. Lentamente ma inesorabilmente.

Fermo sotto ai portici di Via Grande nel freddo di novembre, Saverio alza lo sguardo sul palazzo al di là dell’incrocio dove è appena entrato il professor Carrara e dove, al quinto piano, da sedici anni si trova il suo studio.

***

Estate, inverno, mattina, sera, pioggia, vento, solleone, tutto gli scorre addosso: sulla pelle rugosa del cemento a vista e su quella porosa dei rivestimenti di lastre in travertino, sulle ampie portefinestre e sui loro infissi dagli avvolgibili in legno scuro, sui davanzali d’arenaria e sulle fioriere in granito, sul ferro brunito delle ringhiere e sulle grondaie in rame ossidato, sulla striscia di finestre del mezzanino e sui vetri smerigliati del vano scale che sale su su, fino oltre al tetto aggettante dell’attico e culmina in una torretta con una finestrina, tana polverosa in cui si annidano i macchinari dell’ascensore.

È un dignitoso, ordinario condominio multipiano all’angolo tra due ampie strade nel cuore di Livorno: Via Grande, orlata dagli alti portici costruiti nel dopoguerra, e Via del Giglio, pedonale, lastricata, che si spinge larga verso il Mercato Centrale.

Sedici anni prima, nel 1997, Saverio si era trovato proprio come stamani all’incrocio tra Via Grande e Via del Giglio. Era venuto a vederlo, quel palazzo, con gli altri due colleghi dello studio Zefiro Arpeggiati Architetti Associati ZAAA: Guido Arpeggiati, di qualche anno più vecchio di lui, e suo fratello Severino, di un paio più giovane. Aveva alzato il naso verso l’alto e gli era piaciuto subito: non che fosse chissà che, ma quelle quattro grandi finestre lassù, al quinto piano sopra al brulicare del traffico motorizzato e pedonale della città, avevano significato: ecco, ci siamo, si comincia. L’edificio era rimasto lì, impassibile, solido, e quell’indifferenza l’aveva cullato. Si era sentito protetto.

[… continua…]

© Marco Bigliazzi – Atmosphere Libri 2015

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