Niente, a proposito degli intercalari

OvenBakedSketch18
Marco Bigliazzi, Schizzo al Forno 18, pastelli, grafite, biro e marker su carta, 2015
Come dire. Essenzialmente. Diciamo. Appunto. In qualche modo. Voglio dire. Niente.

Ho sempre detestato gli intercalari, per quanto anche a me capiti di usarne. Credo che sia normale, in una conversazione: gli intercalari servono a prendere fiato mentale, a ritrovare il filo del discorso o anche solo a scegliere il termine appropriato, perciò questi automatismi irriflessi, benché inutili dal punto di vista del contenuto, sono quasi inevitabili. Fanno parte della vita. Tuttavia, mi sono fatto l’idea che quando uno ne adopera tanti, specie se sono parole o espressioni di una certa lunghezza, costui si ritrovi una certa confusione in testa e non sappia bene cosa vuole dire o come dirlo. In questo senso, quindi, gli intercalari avrebbero parecchio da rivelare su chi sta parlando.

Mi sono accorto che nei dialoghi del mio primo romanzo In Bianco, uscito di recente, non ho calcato la mano su questo diffuso tic linguistico, mentre nel secondo In Nero (di futura pubblicazione) in almeno un paio di casi sì, segno che a forza di scrivere questa faccenda è venuta a galla.

Dal canto mio, comunque, cerco di usarne il meno possibile. Se ogni tanto mi capita di cadere nel trabocchetto del come dire, mi pento subito e faccio in modo di non ripetermi. Ce ne sono poi alcuni che trovo odiosi anche più di questo e che evito come la peste. Non parlo del famoso (e credo ormai desueto) è vero, ma di quelli più moderni e in certi casi pomposi tipo essenzialmente o sostanzialmente. Al loro confronto, appunto e allora sono innocenti come bambini e anche meno fastidiosi, anche se una costellazione di appunto può richiedere l’assunzione di un antiemetico.

Di essenzialmente è indicativa anche la scelta: perché un avverbio così lungo, che riempie la bocca in modo così pastoso? Indica l’ipertrofia del concetto delle proprie parole, quasi che uno cercasse di gonfiarle come il proprio petto sotto al doppiopetto. Anni fa, a un festival di cartoni animati in Francia, incontrai un tizio della RAI, uno della distribuzione internazionale col quale avevo appuntamento, e costui non faceva che ripeter essenzialmente in ogni frase. Anche due volte nella stessa. Sudava. Non l’ho più visto.

Il diciamo, passabile se sporadico, diventa atroce (per me) quando si accumula. Mi capita di sentire gente intervistata, esponenti politici e altra varia umanità alla radio o in televisione che lo ripete di continuo. Diciamo, diciamo, diciamo. Sicome con l’età ho anche iniziato a parlare con questi elettrodomestici, a un certo punto esclamo: macché diciamo, dillo tu!

C’è poi il mio prediletto tra gli odiati: in qualche modo. Quest’espressione nebulosa, di cui tanti si riempiono le fauci per discettare di ciò di cui non hanno idea (in qualche modo: quale? Non si sa, ma si dice) è forse retaggio dell’anglofono somehow, ed è penetrato nell’uso corrente grazie al doppiaggio di film o a internet. C’è anche da dire che in qualche modo come intercalare, per fortuna, mi sembra più raro di altri come i giovanili ma pur sempre orrendi non esiste e voglio dire.

Ques’ultimo presenta una perfida variante in capisci cosa voglio dire in fine di frase, anch’essa – sospetto – di retaggio cinematografico hollywoodiano (d’ya know what I mean che però è molto più concisa nell’emissione fonetica, tant’è che sarebbe impossibile doppiarla letteralmente senza andare fuori sync). Non bastava un capisci, se proprio ce n’era bisogno? Del resto però, le complicazioni in chiave enfatica di certi intercalari le ho ritrovate anche in principio di frase con sono dell’opinione che/di al posto di per me (o secondo me). Qualcuno obietterà che alcuni dei miei esempi non sono intercalari, ed è vero, però possono diventarlo se chi parla li ripete in continuazione – all’inizio, nel mezzo o alla fine delle sue frasi.

Ed ecco che si arriva al niente: il punto geometrico dove si annulla l’imbarazzo di doversi esprimere. Quante volte vi è capitato di sentir rispondere all’invito prego, mi dica con un niente, [spiegazione di quello che uno desidera/sta facendo/ha progettato/eccetera]? C’è chi inizia le proprie frasi sempre con un niente (o la sua variante nulla) di qualsiasi cosa si tratti. Questo niente non è che mi piaccia tanto neanche lui ma mi fa anche tenerezza: è meno supponente degli essenzialmente, meno sballato degli in qualche modo, meno fastidioso degli affastellamenti dei come dire: è un imbarazzo più sincero, anche se dall’aspetto un tantino ottuso, e molto più conciso.

Un niente.

mb

(postato originalmente su Marco Bigliazzi’s Blogs)

Advertisements

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s